Giugno 26, 2026

Scrittura creativa e tecniche narrative – Come costruire personaggi profondi e indimenticabili

Provate a fare una cosa. Pensate a un personaggio che non avete più dimenticato. Uno qualunque, di un libro che amate.

Adesso chiedetevi: ve lo ricordate per il colore dei suoi occhi? Per la data di nascita, il segno zodiacale, il piatto preferito? Quasi sicuramente no. Ve lo ricordate per come ha agito in un momento che contava. Per una contraddizione che vi ha spiazzato. Per una cosa che voleva con una fame che avete riconosciuto.

E questo dice tutto sul più grande malinteso in materia di personaggi: l’idea che la profondità si costruisca accumulando dettagli. Non è così. Si potrebbe sapere tutto di una persona — gruppo sanguigno, traumi infantili, marca di dentifricio — e averla del tutto morta sulla pagina. La profondità non è quantità di informazioni. È un’altra cosa. Vediamo quale.

La scheda non è il personaggio

C’è un rito, nei manuali e nei corsi: la scheda del personaggio. Compila tutto. Infanzia, paure, hobby, il cane che aveva da bambino, cosa mangia a colazione. L’idea è che, conoscendo il personaggio a fondo, lo farai vivere.

Sbagliato. O meglio: a metà.

Conoscere il tuo personaggio serve — ma a te, non al lettore, e non basta. Puoi riempire venti pagine di scheda e ottenere comunque un manichino dettagliatissimo. Perché la vita di un personaggio non sta nei dati che possiedi su di lui. Sta in cosa fa con quei dati davanti a un lettore. La scheda è il sottosuolo: utile che ci sia, inutile mostrarlo. Iceberg, di nuovo — il novanta per cento sotto, e proprio perché sotto.

Allora cosa lo fa vivere? Tre cose, soprattutto.

Primo: un personaggio è ciò che vuole

Vonnegut aveva una regola, e vale come una legge: ogni personaggio deve volere qualcosa, anche solo un bicchiere d’acqua. Sembra banale. Non lo è affatto.

Il desiderio è il motore. Un personaggio senza un volere è un mobile: sta lì, occupa spazio, non muove niente. Datemi invece qualcuno che vuole — il riscatto, l’amore, la vendetta, semplicemente sopravvivere — e avete acceso il motore. Perché il desiderio genera azione, l’azione genera scelte, e le scelte — vedremo — sono il personaggio.

E attenzione alla distinzione che già conoscete dalla struttura: c’è quello che il personaggio vuole e quello di cui ha bisogno. Emma Bovary vuole la passione dei romanzi che ha letto; ha bisogno di una realtà che non sia una fuga. Lo scarto tra i due — tra il volere cosciente e il bisogno profondo — è uno dei posti dove la profondità abita di casa.

Secondo: si rivela nell’azione, non nella descrizione

Posso scrivervi “Marco era un uomo coraggioso”. Voi annuite e non ci credete, perché ve l’ho detto. Oppure posso mostrarvi Marco che entra in una casa in fiamme mentre tutti scappano. Nel secondo caso non ve l’ho detto: l’avete visto. E ci credete.

Il personaggio si rivela in quello che fa, e soprattutto in quello che sceglie quando la scelta gli costa. È facile essere generosi quando non costa niente. Mettete il personaggio davanti a un bivio dove ogni strada gli toglie qualcosa — e quello che sceglie vi dirà chi è più di mille aggettivi. Il momento della verità di un personaggio non è quando parla di sé. È quando, sotto pressione, deve decidere, e nel decidere si scopre.

Per questo i personaggi migliori si vedono meglio nei guai. La pace li nasconde. La pressione li rivela.

Terzo, e il più importante: la contraddizione

Eccoci al vero segreto della profondità. E non è un dettaglio in più. È una crepa.

E.M. Forster, in un libro fondamentale sul romanzo, divideva i personaggi in piatti e tondi. I piatti sono coerenti, prevedibili, riassumibili in una frase — e vanno benissimo, per i ruoli minori. I tondi, invece, sono quelli capaci di sorprenderci in modo convincente. Capaci di fare una cosa che non ci aspettavamo e che però, subito dopo, sentiamo vera.

Da dove viene questa capacità di sorprendere? Dalla contraddizione. Le persone vere non sono coerenti. Sono fatte di tensioni: il duro che ha un punto tenerissimo, il codardo capace di un gesto di coraggio, il santo con la sua zona d’ombra, il cinico che a un certo punto, inspiegabilmente, si commuove. La profondità è quasi sempre questo: due cose che non dovrebbero stare insieme, e stanno insieme dentro la stessa persona.

Pensate a Don Abbondio. Manzoni costruisce un capolavoro di personaggio su un’unica qualità — la paura — ma la rende così particolare, così piena di sfumature meschine e umanissime, che il curato vile diventa indimenticabile. E pensate all’Innominato: il malvagio assoluto che, in una notte, crolla e si converte. Se ci credete — e ci credete — è perché Manzoni vi aveva preparato la crepa, la stanchezza nascosta sotto la ferocia. La sorpresa non è arbitraria. Era lì, sotto, dall’inizio.

Pirandello ha fatto di tutto questo una filosofia: ognuno di noi è cento maschere diverse a seconda di chi lo guarda, e l’identità è una contraddizione che non si risolve. Esagerava, forse. Ma toccava il nervo giusto.

La maschera e la ferita

Un modo concreto per cercare la contraddizione: lavorate sullo scarto tra la maschera e la ferita.

La maschera è quello che il personaggio mostra al mondo. Sicuro, allegro, durissimo, indifferente. La ferita è quello che nasconde sotto — la paura, la perdita, la bugia che si è raccontato per sopravvivere. Spesso è proprio una bugia: una falsa convinzione su di sé o sul mondo (“non merito di essere amato”, “fidarsi è da deboli”) che il personaggio si porta dentro e che la storia, lungo il cammino, metterà alla prova. Gertrude, la monaca di Manzoni, è chiusa in convento da una volontà non sua: tutta la sua durezza viene da lì, da una ferita inflitta. Capirla non vuol dire giustificarla. Ma vuol dire vederla intera.

Quando la maschera e la ferita si toccano — quando il momento giusto della storia fa crollare la prima e mette a nudo la seconda — lì il lettore sente la scossa. Quella è profondità in azione.

Specifico, non universale (è lo stesso paradosso della voce)

Un istinto da correggere. Per rendere un personaggio universale, in cui tutti si riconoscano, si è tentati di renderlo generico. Una donna triste. Un uomo solo. Sbagliato — al contrario.

È la specificità che rende universale. Non “una donna triste”, ma quella donna lì che, quando è triste, riordina ossessivamente i cassetti già in ordine. Il dettaglio strano, preciso, irripetibile — il telling detail — è ciò che dà l’illusione della vita, perché la vita è sempre particolare, mai in generale. Più un personaggio è specifico nei suoi gesti, nelle sue parole, nel suo modo storto e personale di stare al mondo, più — paradosso — lo sentiamo vero e ci ritroviamo dentro. È esattamente la stessa legge della voce: la cosa più tua è la cosa più universale.

L’antagonista è l’eroe di un’altra storia

Una regola che salva i cattivi dal cartone: nessuno, dentro di sé, si crede il cattivo. L’antagonista vuole qualcosa che, dal suo punto di vista, è giusto, o almeno necessario. Dategli una ragione vera — non una giustificazione, una logica — e smetterà di essere una sagoma da abbattere. I villain memorabili sono quelli di cui, per un istante terribile, capite il punto. È quel brivido — “ha quasi ragione” — che li incolla alla memoria.

E poi, a un certo punto, ti parlano

Chiudo con la parte che non si può insegnare, e che però arriva solo se hai fatto tutto il resto.

Gli scrittori lo dicono sempre, e sembra una posa mistica: a un certo punto il personaggio “prende vita”, fa cose che non avevi pianificato, si rifiuta di dire la battuta che gli avevi scritto. Non è magia. È il segno che le fondamenta tengono — desiderio, contraddizione, coerenza interna — al punto che il personaggio comincia a generare da solo le proprie reazioni. A quel punto non lo costruite più. Lo ascoltate. E quando lo ascoltate bene, lo fa anche il lettore: lo porta a casa, chiuso il libro, e se lo ricorda per anni — come una persona conosciuta davvero, non come una scheda letta.

Perché un personaggio indimenticabile, alla fine, non è uno di cui sapete tutto.

Scrittura creativa e tecniche narrative sono strumenti fondamentali per dare vita a personaggi che restano impressi nella mente del lettore. La creazione di tali figure richiede un’attenzione particolare alla loro complessità e alle loro sfumature, affinché possano evolversi organicamente all’interno della storia. Un personaggio ben costruito non è semplicemente un aggregato di tratti, ma un’entità capace di suscitare emozioni e riflessioni, rendendo l’esperienza di lettura memorabile. In questo processo, è essenziale lasciare spazio alla spontaneità, permettendo ai personaggi di rivelarsi autentici e sorprendenti.